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La casa-famiglia, secondo il Decreto del Ministro per la Solidarietà Sociale del 21 maggio 2001, n. 308, è una «comunità di tipo familiare con sede nelle civili abitazioni» la cui finalità è l'accoglienza di minori, disabili, anziani, persone affette da AIDS, persone con problematiche psico-sociali [1].

Casa-famiglia per l'accoglienza di minoriModifica

Molte case-famiglia, si occupano dell'accoglienza di minori «per interventi socio-assistenziali ed educativi integrativi o sostitutivi della famiglia» [1]. Si pongono in alternativa agli orfanotrofi (o istituti) in quanto, a differenza di questi, dovrebbero avere alcune caratteristiche che la renderebbe somigliante ad una famiglia. In una stessa struttura potrebbero essere accolte anche minori con disagi e difficoltà di diverso tipo.

I tratti di maggiore affinità con la famiglia sono i seguenti:

  • Presenza di figure parentali (materna e paterna) che la eleggono a loro famiglia, facendone la propria casa a tutti gli effetti.
  • Numero ridotto di persone accolte, per garantire che i rapporti interpersonali siano quelli di una famiglia.
  • La casa deve avere le caratteristiche architettoniche di una comune abitazione familiare, compatibilmente con le norme, eventualmente, stabilite dalle autorità sanitarie.
  • La casa deve essere radicata nel territorio, deve, cioè, usufruire dei servizi locali (negozi, luoghi di svago, istruzione) e partecipare alla vita sociale della zona.

Il Decreto Ministeriale stabilisce, nell'art. 3, che «per le comunità che accolgono minori, gli specifici requisiti organizzativi, adeguati alle necessità educativo-assistenziali dei bambini, degli adolescenti, sono stabiliti dalle Regioni». Tra i criteri organizzativi, le Regioni possono stabilire anche accorpamenti tra più comunità. A seguito di ciò, vi sono strutture la cui capienza totale supera anche i 100 minori accolti [2].

Storia Modifica

Le prime case-famiglia hanno avuto origine tra la fine degli anni sessanta e l'inizio degli anni settanta da esperienze di condivisione diretta con persone in situazione di handicap. A quel tempo, queste erano per lo più confinate in istituti nei quali l'attenzione era posta soprattutto sulla patologia e sulla sua terapia. Spostando l'attenzione sulla globalità della persona venne l'esigenza di creare strutture che ne permettessero anche un inserimento sociale ed una vita di relazione normale.

Le prime esperienze di casa-famiglia in Italia Modifica

Nel 1964, a Pian di Scò, in provincia di Arezzo, nacque la prima case-famiglia dell'Opera Asssitenza Malati Impediti (OAMI), aperta da Mons. Enrico Nardi, per potere inserire i disabili in una piccola comunità, anziché in grandi strutture [3].

Nel 1972 a Coriano, in provincia di Rimini, sotto la guida di Don Oreste Benzi, nacque la prima casa-famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII [4].

Note Modifica

1^ Decreto del Ministro per la Solidarietà Sociale del 21 maggio 2001, n. 308 - Requisiti minimi strutturali e organizzativi per l'autorizzazione all'esercizio dei servizi e delle strutture a ciclo residenziale e semiresidenziale, a norma dell'articolo 11 della legge 8 novembre 2000, n. 328

2^ Decreto sui requisiti delle strutture assistenziali diurne e residenziali - da Prospettive assistenziali, n. 136, ottobre-dicembre 2001

3^ OAMI ONLUS

4^ Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII

Voci correlate Modifica